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Presentazione dell’Osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica
Il lavoro sul quale da alcuni anni siamo impegnati somiglia a quello del paleoarcheologo: in assenza di altre evidenze, di altri flussi informativi scava nel terreno alla ricerca di tracce, di residui, di scorie. Il problema della nostra ricerca sta’ tutto qui. Sulla famiglia -ristretta o allargata, patriarcale o matriarcale, centro di affetti e fatto privato piuttosto che struttura elementare della società, sulla evoluzione dell’istituzione familiare nelle forme più moderne e discusse- si è scritto molto e si continua a scrivere molto. Sulla violenza domestica, ossia su un consistente fenomeno che interessa la vita interna della famiglia, poco si trova in letteratura, carenti sono i dati in quantità e qualità, la sua visibilità è scarsa. Fatta eccezione per l’ampio spazio che alcuni episodi trovano nei media che hanno in questo caso il merito di agitare un problema altrimenti del tutto silente e il demerito di agitarlo scandalisticamente, non essendovi nulla che provochi più curiosità di un dramma entro il quale coesistono violenza e rapporti caratterizzati da intimità sessuale. La prevenzione e la perseguibilità stesse sono incerte in quanto fenomeno culturalmente percepito nella coscienza collettiva come “assolutamente” privato e di conseguenza nella giurisdizione faticosamente vissuto come fenomeno contraddittorio, non quale specifico vulnus di diritti civili e costituzionali.
Come spesso succede man mano che ci si allontana dalle istituzioni preposte alla tutela del diritto, i comportamenti istituzionali si rarefanno, mutano segno e qualità fino quasi all’affermarsi di un regime di silenzio e di omertà. La violenza domestica, che pure trova una sua definizione categoriale nelle indicazione dell’OMS, non trova nel concreto agire sanitario analoga attenzione ed evidenza a differenza di quanto ad esempio avviene in caso di infortunio sul lavoro o di incidente stradale. E cito questi altri due fenomeni poiché appartengono anch’essi a quell’ambito epidemiologico -che più che con virus, batteri o modificazioni genetiche e quant’altro- ha a che fare con la sfera dei diritti fondamentali del cittadino, con l’organizzazione materiale di una società, il suo livello di modernità in cultura e strutture. Ma li cito anche perché assieme costituiscono certamente patologie e cause di morte quantitativamente più significative di tutte le altre oggetto di intervento sanitario. La sola violenza domestica è una delle prime cause di morte nel mondo. Di qui siamo partiti cercando un qualche varco all’indagine e una qualche semplice idea che potesse incominciare ad illuminare il fenomeno, augurandoci con Lev Tolstoj che tale semplicità generasse una qualche conseguenza. I dati provenienti dai due maggiori Servizi di Pronto Soccorso e dalla Procura della Repubblica di Verona si sono rivelati fecondi. Lo studio pubblicato dall’Ispesl alla fine del 2005 con il titolo “Violenza domestica:un ossimoro da svelare e comprendere” ha evidenziato nel solo 2002 nella nostra provincia oltre 600 casi, insomma una base già significativa per un iniziale conoscenza del fenomeno. Il valore della ricerca, infatti, sta’ decisamente nel metodo individuato: quello di cogliere i casi di violenza domestica nel momento critico di incrocio con realtà istituzionali e da lì cominciare il lavoro di emersione, lo scavo del paleoarcheologo. Ciò significava strappare le istituzioni dalla loro sostanziale neutralità e coinvolgerle in un intervento attivo e mirato. Va riconosciuta in particolare alla Procura della Repubblica, non solo apertura e sensibilità ma la capacità di porsi in un atteggiamento di attiva collaborazione quando il fenomeno stesso in sé non è ancora codificato come specifico delitto, contribuendo in tal modo con determinazione ad orientare anche altre realtà istituzionali. Ed è così che a partire da alcuni mesi, Carabinieri e Polizia di Stato hanno fornito un significativo e attento contributo che sta permettendo di monitorare uno spazio di emersione del fenomeno, attraverso una quantità tale di dati, che ne evidenziano da un lato la magnitudo e d’altro canto ne consentono una migliore comprensione. Anche se ciò -e lo vogliamo ribadire- non intacca in larga parte il più vasto segmento che ancora resta sepolto nel “privato”, sommerso nella sofferenza della crisi di rapporti dell’istituzione famiglia e dei suoi drammatici giochi di potere. Comunque, nei soli primi sei mesi di quest’anno sono stati registrati oltre mille episodi di violenza domestica e almeno un morto al mese. Su base annua, quindi, sembra delinearsi una vera “epidemia” che interessa donne (in particolare), ma anche uomini, vecchi e bambini. E poco importa se italiani o stranieri, regolari o clandestini. Questi ultimi -minoritari nel campione, ma percentualmente rilevanti se rapportati al rispettivo universo di popolazione- iniziano a porre il problema di articolare lo studio affinando gli strumenti analitici per cogliere tutta la complessità motivazionale e di contesto di una società ormai di fatto multiculturale. Anche per questa ragione i compiti e gli obiettivi di questo Osservatorio diventano essi stessi complessi e vanno dal puntualizzare e sperimentare un metodo di analisi del fenomeno, alla individuazione di possibili e differenziati percorsi di informazione e formazione, alla costruzione di una rete di comunicazione, di intervento e di prevenzione ed infine, mettendo a disposizione l’esperienza maturata, a contribuire alla costruzione di risposte istituzionali complessive, non ultimo di un assetto legislativo moderno. Il nostro Paese è certo tra i paesi più sviluppati, eppure di fronte a un problema che è mondiale siamo in deprecabile ritardo, che è necessario rapidamente colmare.
È nostra ambizione dare una impostazione più ampia, non limitandosi alla violenza di genere ma affrontando la violenza domestica e cioè tutti quegli episodi che avvengono all’interno della “attuale” famiglia dai confini istituzionali sempre più sfumati. Per essere raggiunti, questi obiettivi -che oggi sono prevalentemente affidati alla volontà di Ispesl e Università e al lavoro di alcuni- richiedono un impegno largo e strutturato ed una capacità di raccordo fra i vari momenti istituzionali, che non può essere affidata alla sola soggettività.
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